Lavorare sui nostri errori: è questo il nostro futuro

Discorso pronunciato in collegamento dal San Pietroburgo, sabato 4 giugno 2022, in occasione del conferimento a Memorial Internazionale del premio speciale Luchetta

(di Irina Flige, direttrice di Memorial San Pietroburgo, membro del consiglio direttivo di Memorial Internazionale)

05 giugno 2022 
Aggiornato 05 ottobre 2022 alle 13:04

Irina Flige ha pronunciato questo discorso di ringraziamento, in collegamento dal San Pietroburgo, sabato 4 giugno 2022, in occasione del conferimento a Memorial Internazionale del premio speciale Luchetta (traduzione di Claudia Zonghetti).

Cari amici,

per prima cosa lasciate che esprima alla Fondazione Luchetta Ota d’Angelo Hrovatin e alla sua presidente Daniela Luchetta tutta la gratitudine dei miei colleghi di Memorial Internazionale per questo Premio Speciale a noi conferito. È per noi un grande onore e il segno di un enorme sostegno per ciò che facciamo (quanto mai necessario in questi giorni). Soprattutto oggi, in questa catastrofe umanitaria che vede le truppe russe bombardare le città ucraine, in giorni in cui la Russia è in balia di un regime fascista, è quanto mai importante che Memorial continui a fare il proprio lavoro, è bene conservarne lo spirito e le tradizioni.

E un altro grazie è per avermi dato la possibilità di parlare a questa vostra cerimonia di premiazione.

Prima di iniziare, però, vi invito a onorare con un minuto di silenzio la memoria dei bambini che hanno perso la vita in Ucraina, delle vittime civili e di coloro che sono caduti in battaglia per difendere la libertà della propria terra.

***

Memorial è nato nel 1987, quando ― con l’Unione Sovietica ancora in piedi ― la gente scese in strada in diverse città del Paese per chiedere di aprire gli archivi, di fare i nomi di coloro che erano morti durante gli anni del Terrore sovietico, e di trovare le tombe di chi era stato fucilato o ucciso. Nel giro di due anni, le sedi di Memorial erano diventate più di duecento.

Nel gennaio del 1989 i vari gruppi decisero di raccogliersi in una associazione che chiamarono “Memorial, Associazione pansovietica storico-educativa e benefica per la difesa dei diritti umani”, che dopo il crollo dell’URSS nel 1991 cambiò nome in “Associazione Memorial Internazionale”. Oggi Memorial è una comunità di più di trenta organizzazioni indipendenti che operano in Russia, Ucraina, Germania, Italia, Francia e Repubblica ceca.

Nei suoi 35 anni di vita Memorial ha raccolto un numero importantissimo di materiali d’archivio, libri e reperti da museo, ha registrato migliaia di testimonianze di vittime del Terrore, ha ideato decine di mostre e le ha portate in giro per la Russia e l’Europa, ha pubblicato centinai di libri e opuscoli, ha organizzato una quantità di commemorazioni pubbliche, ha creato propri programmi di sensibilizzazione scolastica e civile. Le missioni di Memorial hanno portato alla luce alcune fra le più importanti fosse comuni di vittime del terrore, trasformandole in luoghi di memoria.

Nel 2016 il governo russo ha dichiarato Memorial “associazione facente funzione di agente straniero”.

A febbraio di quest’anno la Corte suprema della Federazione Russa ha disposto la liquidazione di Memorial Internazionale per un presunto mancato rispetto della legislazione sugli “agenti stranieri”.

Le ragioni politiche dietro la persecuzione di Memorial Internazionale in Russia sono lampanti, e le autorità non fanno granché per nasconderle.

Ma perché il potere costituito sente forte l’urgenza di distruggere Memorial, un’organizzazione civile che si occupa principalmente di informare sugli eventi del secolo scorso? Le possibili risposte a questa domanda sono tre, e sono tutte e tre corrette.

La prima è la più semplice: chi è attualmente al potere in Russia non ammette che si agisca in modo autonomo. Qualunque germoglio di società civile spuntato negli ultimi trent’anni è stato sistematicamente calpestato; qualunque iniziativa indipendente in ambito ecologico, culturale, sociale o filantropico è stata annientata o trasferita sotto il controllo dello Stato. Qualunque. E Memorial non fa eccezione.

Seconda risposta: Memorial non è solo un’organizzazione storica ed educativa, ma è anche un’organizzazione a sostegno dei diritti umani. Non si occupa solo del terrore di Stato del secolo passato, ma registra e rende pubbliche anche le violazioni dei diritti umani che avvengono ora. Un’attività che, nella Russia di oggi, è considerata inequivocabilmente antistatale.

L’attacco a Memorial è un elemento importante della “battaglia per la storia” che il regime ha iniziato già nei primi anni 2000.”

C’è una terza risposta, però. Che a mio avviso è la più importante. L’attacco a Memorial è un elemento importante della “battaglia per la storia” che il regime ha iniziato già nei primi anni 2000. Se ci si pone l’obiettivo ambizioso di costruire una nuova mitologia storica per il Paese ― la stessa mitologia storica che, per gli ideologi di Putin, dovrebbe ergersi a fondamento della nuova identità nazionale in fieri ― è ovvio che tutto ciò che ne ostacola la creazione dovrà essere spazzato via. Il putinismo è innanzitutto il tentativo di porre a fondamento dell’immaginario collettivo l’idea mistica e assolutamente falsa di una Russia Grande ed Eterna in cui l’unico valore è stato, è e sarà la sacralizzazione dello Stato. E dunque del potere.

Con queste premesse, è chiaro che Memorial, che su materiali relativamente recenti della nostra memoria patria dimostra con chiara evidenza alla società civile a cosa portano tali utopie fasciste, a quanto e quale sangue, lordura, ottusità e menzogna, non è solamente un nemico. Memorial è il nemico. La liquidazione di Memorial a opera della Corte Suprema ha coinciso con un altro risultato della “putinizzazione”: la barbara aggressione alla vicina Ucraina e, in sostanza, all’Europa intera. Si tratta molto probabilmente di una semplice coincidenza. Ma di grande impatto simbolico.

Perché la Russia si è fatta trovare impotente di fronte alla pressione di una propaganda mostruosa, eclettica e menzognera? Perché l’esperienza maturata in era sovietica non ci ha resi immuni alla minaccia fascista? Perché, nella battaglia per conquistare le menti dei suoi concittadini, Putin ha sconfitto Sacharov ― speriamo temporaneamente ― e dunque Memorial?

La risposta che sentirete è la mia risposta. Forse i miei amici e colleghi di Memorial la pensano diversamente.

Dopo la caduta del regime comunista, per una serie di ragioni la Russia non ha avuto la sua Norimberga. Niente lustrismo e caccia alle streghe, da noi. Sulla linea del tempo dell’opinione pubblica russa sulla storia non c’è un punto che separi in modo chiaro il passato dal presente. E non c’è studio, non c’è lavoro storico ed educativo di Memorial in grado di sostituire una Norimberga. Nell’immaginario collettivo non c’è stata quella presa di distanza dall’esperienza sovietica in grado di trasformarla in memoria nazionale, e senza la presa di distanza suddetta l’esperienza sovietica non può essere presa e analizzata nel modo dovuto. Non è scomparsa, questa esperienza. Ma non è stata trasformata in memoria. È diventata retaggio, non memoria. E questo retaggio, il retaggio di un’epoca di terrore e mancanza di libertà, è stato accettato dalla società russa in modo diverso. Dovrò essere breve e me ne scuso, ma il tempo a mia disposizione non è molto.

La maggioranza dei russi si tramanda il proprio essere vittime: e tra le vittime non comprendo solo i giustiziati o i prigionieri del Gulag, ma anche coloro che hanno aspettato il proprio turno al di qua del filo spinato. Di questa eredità fanno parte l’abitudine alla paura, l’attesa continua di un giudizio sommario, la lealtà allo Stato, la disponibilità alla zombificazione, la fede cieca nella propaganda.

Questa maggioranza ha permesso ad altre due minoranze di accettare le loro quote di eredità.

La quota dei boia ― da principio limitata al cinismo e alla menzogna inscindibili dall’essere boia ― è stata accolta senza difficoltà da coloro che, nel caos politico, nei “Torbidi” del primo decennio post-sovietico, sono arrivati ai ruoli più alti e sono andati a costituire il nòcciolo della nuova élite politica. Fisiologicamente, il loro leader non poteva che essere un ex tenente colonnello del KGB. Sarebbe stato strano il contrario. In seguito, non subito, ma per gradi, ma comunque senza sforzo né difficoltà, questa esperienza acquisita si è trasformata in capacità proprie, autonome. Così è oggi la Russia ufficiale di Putin, dai ministri, ai funzionari, ai deputati di Russia Unita, ai giudici e a uomini e donne della propaganda televisiva.

Poi, dispersa e quasi destrutturata, c’è l’opposizione al regime di Putin ― un’opposizione non tanto politica quanto civile ― che veste i panni della Resistenza. È tra gli attivisti per i diritti civili, e in particolare tra i giovani, che negli ultimi anni si è notato un interesse fortissimo per il nostro passato sovietico. I giovani vogliono comprendere le cause e le circostanze delle catastrofi storiche del XX secolo e, soprattutto, il legame di causa-effetto che c’è tra le catastrofi suddette e lo stato attuale della società russa. Dovendosi confrontare in prima persona, oggi, con il terrore poliziesco, i giovani dell’opposizione guardano alla storia russa per trovare esempi e modelli (preferibilmente efficaci) di resistenza alla persecuzione politica. Trovano quello che cercano? Difficile dirlo. In ogni caso, sempre più consapevole che, come negli ultimi tre decenni del regime sovietico, nella Russia di oggi autonomia di pensiero è sinonimo di opposizione, la società civile indipendente si fa sempre più spesso carico della propria responsabilità civile non solo quanto al presente e al futuro, ma anche per il passato.

Una tale frammentazione mentale della società russa può essere superata solo da ulteriori sviluppi storici, che si spera finiscano con una Norimberga, o nella peggiore delle ipotesi, all’Aja.

Ma torniamo a Memorial. Com’è ovvio, non abbiamo alcuna intenzione di interrompere il nostro lavoro in Russia, che è importante come mai prima nella nostra storia post-sovietica. A mio avviso, abbiamo tre cose su cui concentrarci.

La prima: dobbiamo preservare i nostri archivi, le biblioteche e i reperti museali. Gli archivi soprattutto. Negli ultimi trentacinque anni, migliaia di persone si sono rivolte a noi per raccontarci di sé e dei propri cari, ci hanno portato lettere scampate ai lager e alle prigioni, diari, memorie, disegni, documenti, copie di estratti di dossier giudiziari realizzate in quello squarcio di tempo in cui nelle porte blindate degli archivi statali e ministeriali si era aperta una fessura. Abbiamo un preciso dovere nei confronti di queste persone: mantenere tutto questo intatto, conservare la memoria dei destini umani che ci sono stati affidati. Per questo motivo il nostro primo intento è la digitalizzazione totale di tutti i nostri archivi per metterli a disposizione di tutti su Internet.

La seconda. Nonostante gli impedimenti e le difficoltà, dobbiamo proseguire il nostro lavoro di routine: integrare i materiali, aiutare le persone a trovare informazioni sui parenti morti nel Gulag, pubblicare libri, preparare mostre. Organizzare eventi pubblici, lezioni, seminari, tavole rotonde, conferenze scientifiche in ogni possibile forma. Ovvero, dobbiamo fare tutto ciò che facciamo da trentacinque anni.

La terza. Dobbiamo occuparci dei problemi attuali della nostra società. Tuttavia ― ma è la mia opinione personale ― nella situazione attuale eviterei di ricorrere alla formula “difesa dei diritti umani”. Di quali “diritti umani” possiamo parlare con in corso la barbarie di un’aggressione militare a tutti gli effetti? I diritti di chi possiamo difendere? Quelli degli anziani e dei bambini ucraini che muoiono sotto le bombe, i missili e l’artiglieria? Finché durerà questa guerra, credo che noi, in Russia dovremo continuare a fare quello che siamo abituati a fare e che sappiamo fare: raccogliere materiali, documentare, verificare e sistematizzare le informazioni e poi pubblicare quanto raccolto. Tutti noi di Memorial siamo avvezzi a farlo: sia gli “storici”, sia gli “attivisti per i diritti umani”. E ho in mente innanzitutto la raccolta e la pubblicazione di informazioni sulla resistenza in Russia contro la guerra, resistenza che è individuale e collettiva, nonché la registrazione di informazioni sulle repressioni della polizia ai danni di coloro che in questa resistenza si impegnano.

Ma, e lo ripeto, è la mia opinione personale. Non so dirvi quanto i miei colleghi e amici di Memorial siano d’accordo con un programma simile.

Un’ultima cosa. Prima o poi, a dio piacendo, questa guerra finirà e con la guerra finirà anche il regime fascista di Putin. Cosa farà Memorial a guerra finita?

Sono certa che la nostra esperienza risulterà necessaria come non mai. Ne avranno bisogno tutti, in Russia, perché la zombificazione è una condizione temporanea ed effimera. E dunque ci sarà da far fronte a domande molto serie, a domande tremende. E si potrà attingere all’esperienza di Memorial per cercare di trovare le risposte.

Il fulcro di questa esperienza, però, non saranno i successi e le conquiste di Memorial. Il fulcro sarà la riflessione su quanto non siamo riusciti a fare.

Lavorare sui nostri errori: è questo il nostro futuro.

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