Giusti M.T., I prigionieri italiani in Russia, Bologna, Il Mulino, 2003

La partecipazione italiana nell’attacco all’Unione Sovietica scatenato dalla Germania nazista nel giugno 1941 fu probabilmente, delle imprese belliche volute da Mussolini, quella di più tragico esito; e tanto più lo fu per quei militari italiani che caddero prigionieri dei russi. Gli italiani ebbero infatti, fra i prigionieri di guerra in mano sovietica, la percentuale maggiore di morti; dai lager russi, a guerra finita, non tornarono che poche migliaia di reduci. Sulla campagna di Russia, sulla prigionia, sulla sorte e il numero effettivo dei dispersi si è scritto molto. Memorie di testimoni, indagini storiche e polemiche politiche hanno tenuto desta l’attenzione su un tema che tuttavia, finché è perdurata l’inaccessibilità degli archivi sovietici, rimaneva malconosciuto. Lavorando ora su materiale inedito di parte russa, oltreché sulle testimonianze dei sopravvissuti, l’autrice ha potuto documentare per la prima volta nella sua completezza il calvario dei prigionieri italiani in Russia: dal momento della cattura alle massacranti marce del “davaj” verso i primi campi di raccolta nelle retrovie, dalla vita nei lager al difficile e contrastato rimpatrio, che per alcuni si concretò solo nel 1954. La nuova documentazione consente di identificare la rete dei campi di prigionia, di stabilire la contabilità degli internati e dei morti, di conoscere attraverso le direttive e i decreti l’atteggiamento dei sovietici riguardo ai prigionieri e il concreto funzionamento dei campi. Ne risulta una ricostruzione terribile, che con l’eloquenza spassionata dei fatti illumina un luogo ancora vivo e dolorante della memoria italiana.